Facciamo finta di niente, ma la verità è che in tantissime famiglie italiane c’è un figlio che riceve più attenzioni degli altri. Non è una cosa che si dice ad alta voce davanti ai parenti la domenica, ma è lì, presente come quel mobile brutto che tutti vedono ma nessuno commenta. Mentre tutti sorridono nelle foto delle vacanze, sotto la superficie si muovono dinamiche che lasciano segni profondi su chi cresce sentendosi sempre al secondo posto.
Oggi parliamo del favoritismo parentale, o come lo chiamano alcuni psicologi, della sindrome dello sfavorito. Non è una roba da telenovela: è un fenomeno studiato seriamente dalla psicologia familiare, e riguarda molte più persone di quanto pensi. Studi condotti in diversi paesi hanno rilevato che circa il 65% dei genitori ammette di avere un figlio preferito. In Gran Bretagna la percentuale sale addirittura al 70%. Questi non sono casi isolati di famiglie disfunzionali: stiamo parlando della maggioranza delle famiglie con più figli.
In psicologia questo meccanismo ha un nome preciso: Trattamento Differenziale Parentale, abbreviato PDT. È un termine scientifico per descrivere una cosa molto semplice: quando mamma o papà trattano i figli in modo diverso, mostrando più affetto, attenzione o comprensione verso uno rispetto agli altri. E no, non è solo una tua impressione paranoica: le ricerche confermano che queste differenze sono reali, osservabili e misurabili.
Come nasce un figlio preferito
Il favoritismo non nasce necessariamente da cattiveria o cinismo. Spesso è qualcosa di molto più sottile e inconscio. Magari uno dei figli assomiglia caratterialmente al genitore e questo crea una connessione naturale più forte. Oppure è nato in un momento particolarmente felice della vita familiare, mentre un altro figlio è arrivato durante un periodo di stress o difficoltà economiche.
A volte è una questione di ordine di nascita: il primogenito che rappresenta la novità assoluta della genitorialità, o al contrario il “piccolo di casa” che rimane il cocco per sempre. In alcune famiglie conta il genere: il maschio tanto desiderato dopo tre femmine, o la bambina finalmente arrivata dopo una fila di maschietti. Ci sono anche fattori culturali tipicamente italiani: il nipote che porta il nome del nonno, o quello che mostra talento nello sport o nello studio, diventando motivo di orgoglio sociale.
Il vero problema non è l’esistenza di queste preferenze naturali. Siamo esseri umani, non macchine programmate per distribuire amore in dosi perfettamente uguali. Il guaio inizia quando il favoritismo diventa costante, evidente e non compensato da momenti di connessione autentica con ciascun figlio. È lì che si creano le ferite che dureranno decenni.
Cosa succede nella testa di chi cresce sempre secondo
Pensa a un bambino che ogni giorno vede suo fratello ricevere più abbracci, più complimenti, più perdono per gli stessi errori che a lui vengono rimproverati duramente. Che messaggio assorbe il suo cervello in formazione? Molto semplice: “Non valgo abbastanza. Devo fare di più per meritare l’amore”.
Le ricerche scientifiche dimostrano che i figli che si percepiscono come sfavoriti sviluppano schemi emotivi specifici che non spariscono magicamente quando diventano maggiorenni. Anzi, questi pattern li accompagnano per tutta la vita adulta, influenzando scelte, relazioni e benessere psicologico in modi che spesso non vengono collegati consciamente all’esperienza familiare originaria.
L’autostima che non c’è mai stata
Il primo e più ovvio effetto è una sensazione costante di non essere all’altezza. Gli studi sul trattamento differenziale parentale hanno documentato come i figli sfavoriti mostrino tassi significativamente più alti di bassa autostima, con tendenza alla depressione e sentimenti ricorrenti di autosvalutazione. Questi adulti fanno fatica a riconoscere i propri successi, minimizzano sempre i risultati ottenuti e vivono con la sensazione perpetua di essere un passo indietro rispetto a tutti gli altri. Non è modestia: è il risultato di anni passati a sentirsi dire, esplicitamente o implicitamente, che non erano abbastanza bravi, abbastanza interessanti, abbastanza qualcosa.
La fame insaziabile di approvazione
Ecco uno degli effetti più insidiosi: da adulti, chi ha vissuto il favoritismo parentale sviluppa un bisogno compulsivo di conferme esterne. Sul lavoro diventano perfezionisti ossessivi, incapaci di staccare o di accettare un risultato “semplicemente buono”. Nelle relazioni sentimentali cercano rassicurazioni continue, mandano decine di messaggi se il partner non risponde subito, interpretano ogni minimo segnale come prova di disinteresse.
Una critica costruttiva al lavoro? Per loro è una catastrofe emotiva. Un’amica che non risponde subito? Sicuramente è successo qualcosa di grave. Non è debolezza caratteriale o fragilità innata: è il bambino interno che continua disperatamente a cercare quello sguardo di approvazione che non ha mai ricevuto a sufficienza da mamma o papà.
Le relazioni adulte che non funzionano mai
Le dinamiche di favoritismo familiare condizionano profondamente il modo in cui questi individui costruiscono i legami da adulti. Molti sviluppano quello che in psicologia si chiama stile di attaccamento ansioso: paura costante dell’abbandono, gelosia nei confronti del partner anche senza motivi reali, bisogno di controllo e rassicurazione.
Altri fanno l’esatto opposto: si chiudono emotivamente, costruiscono muri altissimi e non si fidano mai davvero di nessuno. In fondo, se i tuoi stessi genitori ti hanno fatto sentire meno importante, perché dovresti aspettarti che qualcun altro ti tratti meglio? Nelle amicizie questi pattern si traducono in competizione malsana oppure, al contrario, in una tendenza cronica a mettersi sempre in secondo piano, replicando inconsciamente il ruolo familiare che conoscono fin troppo bene.
Ansia e depressione che non se ne vanno
La ricerca scientifica collega in modo chiaro il trattamento differenziale parentale a tassi più elevati di disturbi d’ansia e sintomi depressivi che persistono in età adulta. La sensazione profonda di non essere stati “scelti” dai propri genitori crea una ferita psicologica che può manifestarsi con ruminazione mentale costante, difficoltà a godersi i successi personali e una generale sensazione di vuoto o inadeguatezza che non si riesce a scrollarsi di dosso.
Plot twist: anche il figlio preferito ci rimette
Ora arriva la parte che sorprende davvero tutti: anche chi è stato il figlio preferito paga un prezzo. Sembra assurdo, vero? Eppure gli studi dimostrano che anche i figli preferiti sviluppano problematiche proprie, diverse ma ugualmente pesanti da portare.
Il figlio preferito spesso cresce con un senso di colpa implicito verso i fratelli. Non è una cosa di cui si parla apertamente, ma c’è: quella sensazione confusa di non meritare completamente tutto l’affetto e l’attenzione ricevuta, di stare rubando qualcosa che dovrebbe essere distribuito in modo più equo.
Inoltre, le aspettative che gravano sulle loro spalle sono schiaccianti. Devono mantenere quello status, non deludere mai, essere sempre all’altezza dell’immagine idealizzata che il genitore proietta su di loro. Questo genera ansia da prestazione cronica, paura paralizzante del fallimento e difficoltà enormi a sviluppare una identità autentica, separata dalle aspettative genitoriali. In sostanza, anche quando l’amore è abbondante ma condizionato, crea problemi seri.
Come capire se sei stato tu il figlio sfavorito
Non è sempre facile identificare queste dinamiche, soprattutto se sono state normalizzate per anni. La mente umana è bravissima a giustificare e razionalizzare le esperienze dolorose. Ecco però alcuni segnali che potrebbero indicare che hai vissuto questa esperienza:
- Cerchi validazione esterna in modo ossessivo, sia sul lavoro che nelle relazioni personali, e il tuo senso di valore dipende completamente dall’approvazione altrui
- Ti senti costantemente in competizione anche in situazioni che non lo richiederebbero, come se dovessi sempre dimostrare qualcosa a qualcuno
- Minimizzi sistematicamente ogni tuo successo, attribuendolo alla fortuna o alle circostanze piuttosto che riconoscere le tue capacità e il tuo impegno
- Fai una fatica enorme a dire di no e a stabilire confini sani, perché temi visceralmente il rifiuto o l’abbandono se non accontenti gli altri
- Reagisci in modo sproporzionato alle critiche, anche quando sono costruttive e dette con le migliori intenzioni
Il peso dei gesti che non ci sono stati
Una cosa che viene spesso sottovalutata è quanto le dinamiche familiari silenziose pesino più delle parole esplicite. Nessun genitore arriva e dice apertamente “Ti voglio meno bene di tuo fratello”, ma il messaggio passa lo stesso attraverso mille piccoli segnali quotidiani.
È lo sguardo che si illumina quando entra in casa uno dei figli e resta neutro quando entra l’altro. È il tono di voce usato per parlare con loro. È il tempo dedicato ad ascoltare le loro giornate, l’interesse mostrato per le loro passioni, la pazienza dimostrata quando fanno errori. I bambini sono antenne sensibilissime per queste sfumature. Le captano, le assorbono e le interpretano come verità assolute sul proprio valore. E quelle verità, una volta radicate nel cervello in sviluppo, sono tremendamente difficili da estirpare.
Si può guarire da tutto questo?
La buona notizia, e ce n’è davvero bisogno a questo punto, è che riconoscere il problema è già metà della soluzione. Dare un nome a dinamiche vissute ma mai elaborate permette di iniziare un percorso di comprensione e guarigione autentica.
Non significa necessariamente dover rinnegare la famiglia o incolpare i genitori per sempre. Molti di loro hanno semplicemente replicato in modo inconsapevole i pattern che avevano vissuto a loro volta da figli. Significa però prendersi la responsabilità del proprio benessere emotivo, riconoscendo che certe ferite esistono e meritano attenzione.
Un percorso psicoterapeutico può fare una differenza enorme, specialmente approcci che lavorano sugli schemi emotivi profondi e sulle relazioni di attaccamento. La Schema Therapy, per esempio, è particolarmente efficace nell’identificare i pattern appresi in famiglia e nello sviluppare modalità più sane di relazione con sé stessi e con gli altri. Anche il semplice confronto con i fratelli, quando è possibile e sicuro, può portare sorprese. Spesso si scopre che anche chi sembrava il preferito ha vissuto disagi propri, pressioni enormi e sensi di colpa.
Ricostruire il proprio valore dall’interno
Il lavoro più importante e trasformativo consiste nello spostare il centro di validazione da esterno a interno. Imparare a riconoscere il proprio valore indipendentemente dall’approvazione altrui è un processo lungo, faticoso, ma che cambia letteralmente la vita.
Significa fare pace con quel bambino interno che ancora cerca disperatamente quello sguardo di approvazione, e diventare per sé stessi il genitore amorevole, presente e incondizionato che forse non si è avuto. Significa imparare a celebrare i propri successi senza minimizzarli, a stabilire confini sani senza sensi di colpa, a costruire relazioni basate sulla reciprocità e non sul bisogno compulsivo di conferme.
Se sei tu il genitore: come evitare di creare un figlio sfavorito
Se stai leggendo questo articolo e sei genitore, probabilmente ti stai chiedendo con una certa ansia se anche tu stai commettendo questi errori. Prima rassicurazione importante: avere preferenze non ti rende automaticamente un cattivo genitore. Ti rende semplicemente umano.
Il problema non è provare affinità diverse verso figli diversi. È normale che ci siano momenti in cui ti trovi più in sintonia con uno rispetto all’altro. Il punto cruciale è come gestisci queste differenze naturali e se riesci a non farle diventare un pattern costante e visibile.
Alcuni suggerimenti pratici: dedica tempo individuale di qualità a ciascun figlio, anche se sono solo quindici minuti al giorno, ma esclusivi e senza distrazioni. Evita paragoni diretti tra fratelli, anche quando ti sembrano innocui o addirittura motivanti. Riconosci e valorizza le qualità uniche di ciascuno invece di creare inconsapevolmente una scala di valore implicita. E soprattutto, se ti rendi conto di avere effettivamente preferenze molto marcate, fai un lavoro su te stesso per capirne l’origine. Spesso queste preferenze nascondono questioni personali irrisolte, proiezioni o aspettative che non hanno nulla a che fare con i bambini stessi.
La verità che fa male ma libera
Ecco la verità finale, quella scomoda ma necessaria: moltissime famiglie italiane funzionano su dinamiche di favoritismo non dichiarato, e questo influenza in modo profondo chi diventeremo come adulti. Non è colpa tua se hai sviluppato certi pattern comportamentali o emotivi, ma diventa tua responsabilità riconoscerli e lavorarci.
Il favoritismo parentale non è una condanna permanente. È però un punto di partenza fondamentale per capire perché certe situazioni ti feriscono più di altre, perché cerchi approvazione in modo così compulsivo, perché le relazioni ti sembrano sempre così complicate e faticose. E capire, davvero capire da dove vengono certi comportamenti, è il primo passo assolutamente indispensabile verso la libertà emotiva. Il vero traguardo non è diventare finalmente il figlio preferito che non sei mai stato. È diventare la persona che sceglie sé stessa, che riconosce il proprio valore a prescindere dallo sguardo altrui, che spezza catene invisibili tramandate magari per generazioni intere.
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