Cosa significa se una persona cambia spesso lavoro, secondo la psicologia?

Cambiare lavoro ogni due anni è diventato quasi la norma in settori come il tech, il marketing digitale e le industrie creative. Quel collega che ogni sei mesi ha un nuovo badge aziendale da mostrare su LinkedIn può suscitare reazioni contrastanti: c’è chi lo guarda con invidia pensando “beato lui che ha il coraggio di muoversi”, e chi invece scuote la testa mormorando “ecco, un altro che non sa cosa vuole dalla vita”. Ma cosa dice davvero la scienza del comportamento su chi salta da un lavoro all’altro come se stesse giocando a campana?

La risposta breve è: dipende. Quella lunga? Beh, quella è decisamente più interessante e potrebbe farti rivalutare completamente il tuo giudizio sugli “instabili” dell’ufficio. O magari farti rendere conto che tu stesso sei uno di loro, e non è necessariamente una brutta notizia.

Il Mercato del Lavoro Non È Più Quello di Tuo Padre

Prima di tirare fuori il manuale diagnostico dei disturbi della personalità, facciamo un passo indietro. Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente negli ultimi due decenni. L’epoca del “entri in azienda a ventitré anni con la cravatta stirata e ne esci a sessantacinque con l’orologio d’oro” è più morta di una battuta su MySpace.

Il cosiddetto job hopping, questo continuo saltare da un’opportunità all’altra, è diventato quasi la norma. E indovina un po’? Gli psicologi del lavoro hanno scoperto che non è necessariamente sintomo di instabilità mentale. Anzi.

Secondo il concetto di growth mindset, quel famoso approccio mentale orientato alla crescita continua, chi cambia spesso lavoro potrebbe semplicemente essere qualcuno che non si accontenta della mediocrità. Queste persone cercano costantemente nuove sfide, vogliono imparare competenze diverse, e hanno capito che la vera sicurezza oggi non sta nel posto fisso, ma nella propria capacità di adattarsi.

E parliamo di soldi, visto che siamo tutti adulti qui. Chi cambia azienda spesso tende a guadagnare aumenti salariali più sostanziosi rispetto a chi resta fedele allo stesso datore di lavoro. È matematica, non psicologia: le aziende tendono a premiare i nuovi ingressi più generosamente di quanto aumentino chi è già dentro. Dal punto di vista psicologico, questo rivela persone che conoscono il proprio valore di mercato e non hanno paura di andarlo a cercare altrove.

Ma Allora Perché Sentiamo Quella Vocina Giudicante?

Ecco dove inizia a farsi interessante. Se cambiare lavoro può essere così vantaggioso, perché continua a portarsi dietro questo stigma di instabilità? La risposta sta nel fatto che non tutti i cambiamenti nascono dalla stessa motivazione.

Gli esperti di psicologia della carriera distinguono tra due macro-categorie: chi cambia perché va verso qualcosa, e chi cambia perché scappa da qualcosa. E questa differenza è fondamentale.

Nel primo caso parliamo di career adaptability, un concetto sviluppato dallo psicologo Mark Savickas. Si tratta della capacità di navigare le transizioni professionali in modo proattivo, con uno scopo chiaro. Sei attratto da un nuovo progetto? Vuoi imparare tecnologie emergenti? Hai trovato un’azienda i cui valori rispecchiano meglio i tuoi? Perfetto, sei nella categoria “sana ambizione”.

Nel secondo caso invece parliamo di fuga. E qui le cose si complicano, perché scappare da un ambiente tossico una volta è saggezza, scappare sistematicamente ogni dodici mesi potrebbe essere un pattern che vale la pena esplorare.

Il Lato Oscuro del Curriculum Arcobaleno

Quando cambiare diventa un ciclo ripetitivo, con ogni nuovo lavoro che inizia con l’entusiasmo di un bambino a Natale e finisce con la stessa identica delusione dopo pochi mesi, potrebbe esserci sotto qualcosa di più profondo.

Una delle spiegazioni psicologiche più affascinanti riguarda il novelty-seeking, cioè il bisogno neurologico di stimoli nuovi e variati. Questo tratto è strettamente collegato a quella che nel modello Big Five della personalità viene chiamata apertura all’esperienza. Chi ha punteggi alti in questa dimensione tende ad annoiarsi facilmente con la routine, adora esplorare territori nuovi, ed è generalmente più creativo e originale della media.

Nel mondo del lavoro questo può tradursi in una carriera ricca e variegata. Il rovescio della medaglia? Faticano tremendamente a sopportare la ripetitività che caratterizza molti ruoli, anche quelli oggettivamente interessanti. Quando la curva di apprendimento si appiattisce, scatta l’allarme rosso: “è ora di cambiare”.

Perfezionismo, Ansia e la Sindrome dell’Impostore

Ma c’è un lato ancora meno luminoso della medaglia. In alcuni casi, il cambio frequente di lavoro può nascondere quello che gli psicologi chiamano stile di attaccamento evitante applicato al contesto professionale. Esattamente come nelle relazioni sentimentali, alcune persone hanno difficoltà a costruire legami stabili e duraturi anche sul lavoro.

Questo può manifestarsi in modi diversi. C’è chi soffre di perfezionismo patologico: nessun lavoro sarà mai abbastanza stimolante, abbastanza prestigioso, abbastanza riconosciuto. Il problema non è il lavoro in sé, ma l’impossibilità di sentirsi mai davvero soddisfatti.

E poi c’è la famosa sindrome dell’impostore, quel maledetto senso di inadeguatezza che ti fa sentire un impostore pronto a essere smascherato da un momento all’altro. Per chi ne soffre, cambiare prima di essere “scoperto” diventa una strategia di sopravvivenza, anche quando la minaccia è completamente immaginaria.

L’ansia gioca un ruolo enorme in tutto questo. L’ansia da prestazione, l’ansia da confronto sociale, l’ansia generata da ambienti lavorativi sempre più competitivi e richiedenti. Per alcune persone, cambiare diventa un modo per resettare continuamente il contatore dello stress, evitando di affrontare le sfide a lungo termine che ogni ruolo professionale inevitabilmente presenta.

L’Elefante ADHD nella Stanza

Qui dobbiamo fare un discorso delicato ma importante. Diversi studi hanno evidenziato come adulti con ADHD non diagnosticato tendano a cambiare lavoro con frequenza significativamente maggiore rispetto alla popolazione generale.

Il motivo? L’ADHD nell’adulto si manifesta spesso come difficoltà a mantenere l’attenzione su compiti ripetitivi, bisogno costante di stimolazione, impulsività nelle decisioni e problemi nella gestione del tempo. Tutti elementi che rendono complicatissimo restare nello stesso ruolo una volta superata la fase iniziale di novità.

Cosa rivela davvero il tuo curriculum irrequieto?
Ricerca continua di stimoli
Paura della mediocrità
Fuga dal burnout
ADHD non diagnosticato
Sindrome dell’impostore

La parte iniziale di un nuovo lavoro è un paradiso per il cervello ADHD: tutto da imparare, persone nuove, sfide continue, quella scarica di dopamina che arriva dall’affrontare l’ignoto. Ma quando il lavoro entra in modalità crociera, quando le procedure diventano routine, la noia diventa letteralmente insopportabile.

Attenzione: questo non significa che chiunque cambi spesso lavoro abbia l’ADHD. Ma se questo pattern si accompagna ad altre difficoltà come procrastinazione cronica, disorganizzazione persistente e difficoltà nel portare a termine progetti, potrebbe valere la pena parlarne con un professionista.

Le Cinque Facce del Cambiamento

Gli esperti hanno identificato cinque motivazioni psicologiche principali che spingono le persone a cambiare frequentemente impiego. Riconoscerle può fare la differenza tra crescita autentica e fuga sistematica.

  • Insoddisfazione cronica: quando il divario tra aspettative e realtà è costantemente troppo ampio, potrebbe indicare aspettative irrealistiche o scarsa conoscenza di sé stessi
  • Mancanza di opportunità di crescita: il bisogno legittimo di svilupparsi professionalmente e acquisire nuove competenze, una motivazione assolutamente sana
  • Ambiente di lavoro tossico: fuggire da situazioni nocive è intelligente, ma se ogni ambiente diventa tossico dopo qualche mese, il problema potrebbe essere nel modo in cui ci si relaziona
  • Squilibrio vita-lavoro: la ricerca di un migliore equilibrio è sacrosanta, anche se cambiare continuamente può paradossalmente aumentare lo stress invece di diminuirlo
  • Bisogno di autorealizzazione: la ricerca del lavoro che rappresenti davvero chi sei, una motivazione nobile che però richiede una profonda conoscenza di sé

La Domanda da Un Milione di Euro

Eccola, la domanda che dovresti farti quando ti ritrovi a navigare portali di annunci alle tre del mattino: stai andando verso qualcosa o stai scappando da qualcosa?

Questa differenza emotiva è cruciale. La motivazione intrinseca, quella che nasce dal desiderio genuino di crescere e imparare, è sostenibile nel lungo periodo e genera benessere autentico. La motivazione di evitamento, quella che nasce dalla fuga dal disagio, può darti sollievo temporaneo ma non risolve mai le questioni di fondo.

Un altro segnale importante è la tolleranza alla frustrazione. Ogni lavoro, anche quello dei tuoi sogni più sfrenati, ha momenti difficili, periodi noiosi, sfide che richiedono pazienza. Se alla prima difficoltà o al primo periodo di routine scatta automaticamente il pensiero “devo cambiare”, probabilmente c’è un problema con la capacità di attraversare il disagio temporaneo per raggiungere obiettivi a lungo termine.

Quando il Burn-Out Entra in Scena

Non possiamo ignorare l’elefante ancora più grande: il burn-out. Quella condizione di esaurimento fisico ed emotivo che sta diventando tristemente comune in un mercato del lavoro sempre più esigente e sempre connesso.

A volte quello che sembra un pattern di instabilità è in realtà una serie di tentativi disperati di sfuggire all’esaurimento. Il burn-out ti svuota dell’energia necessaria per affrontare anche le difficoltà normali. Tutto diventa insopportabile, ogni piccolo ostacolo appare come una montagna invalicabile.

In questo stato, cambiare sembra l’unica soluzione possibile. Il problema è che se non affronti le cause profonde, che possono essere legate al tuo modo di lavorare, ai tuoi confini personali o a dinamiche relazionali disfunzionali, il burn-out ti seguirà come un’ombra anche nella nuova posizione.

Il Fattore Culturale Italiano

Parliamoci chiaro: in Italia cambiare frequentemente lavoro porta ancora con sé uno stigma sociale significativo. La cultura del posto fisso è radicata nel nostro DNA collettivo come la passione per il caffè e l’ossessione per i condimenti regionali della pasta.

Chi si muove spesso viene ancora guardato con sospetto, come se ci fosse qualcosa che non va. Ma dobbiamo essere onesti: il mercato del lavoro italiano spesso non premia la fedeltà aziendale come dovrebbe. Gli aumenti sono scarsi, le progressioni di carriera lentissime, e molte delle opportunità migliori arrivano proprio dai cambiamenti aziendali.

Questo crea una tensione psicologica interessante: da un lato la pressione sociale e familiare per la stabilità, dall’altro la realtà economica che premia il movimento. Navigare questa contraddizione richiede una buona dose di consapevolezza e capacità di ascoltare le proprie priorità autentiche.

Cosa Dice di Te il Tuo Curriculum

La verità è che cambiare spesso lavoro non ti rende automaticamente né un genio dell’adattabilità né un disastro ambulante incapace di impegnarsi. Sei semplicemente un essere umano che naviga un mercato del lavoro complesso con il proprio bagaglio psicologico unico.

La chiave vera è la consapevolezza. Conosci le tue motivazioni profonde. Distingui tra crescita autentica e fuga ripetitiva. Sii onesto su cosa stai cercando e cosa stai evitando. E ricorda che non esiste un percorso professionale universalmente “giusto”.

Alcune persone fioriranno in un ambiente stabile dove possono costruire competenze profonde nel tempo. Altre avranno bisogno di varietà e cambiamento per dare il meglio di sé. Entrambi i percorsi sono perfettamente validi, purché siano scelti consapevolmente e non come reazione automatica a disagi non elaborati.

La career adaptability autentica non è solo la capacità di cambiare quando serve, ma anche quella di restare quando ha senso farlo. È flessibilità intelligente, non fuga automatica. È sapere distinguere quando un ambiente è davvero tossico e quando invece sei tu che devi crescere per affrontare nuove sfide.

Quindi la prossima volta che ti ritrovi a guardare gli annunci di lavoro alle due di notte con una tazza di caffè freddo in mano, fermati un secondo. Chiediti: sto andando verso qualcosa che mi entusiasma o sto scappando da qualcosa che mi spaventa? La risposta potrebbe dirti molto più di quanto pensi su chi sei davvero e cosa vuoi dalla tua vita professionale. E fidati, questa consapevolezza vale molto più di qualsiasi aumento di stipendio.

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